Ma davvero il calcio italiano funziona così? Con un calciatore, Dalbert della Fiorentina, vittima del terzo caso di ululati e cori razzisti registrato nelle prime quattro giornate di campionato? E costretto, beffa delle beffe, a presentarsi davanti al giudice sportivo per dar conto, lui che nella vicenda veste i panni della vittima, di quanto accaduto? Sì, a quanto pare così gira il pallone dalle nostre parti. E indignarsi, a quanto pare, serve a poco e niente.
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Il terzino è stato infatti convocato dal giudice sportivo Gerardo Mastrandrea che vuole togliersi dubbi circa l’effettiva “entità, dimensione e provenienza” degli ululati. In campo, l’arbitro Orsato aveva sentito tutto e sospeso per qualche minuto l’incontro Atalanta-Fiorentina, con lo speaker a invitare i tifosi, sempre che così possano definirsi, a tenere un atteggiamento corretto sugli spalti. Ma questura, commissari della Lega di A e ispettori della procura federale non hanno steso alcun rapporto in merito.
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E così si arriva al paradosso dei paradossi, quello che vede un calciatore vittima di insulti razzisti costretto a presentarsi di fronte all’autorità sportiva per chiarire la reale portata dei fatti, lui che dovrebbe essere tutelato e non costretto a tutelarsi da solo, in assenza di figure che si facciano portavoce dell’emergenza. E d’altronde, come detto, siamo già al terzo caso in quattro giornate, media non invidiabile. E nessuno paga.
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L’unica soluzione per impedire che simili siparietti continuino a ripetersi è punire individualmente i colpevoli. La chiusura delle intere curve si trasforma, di contro, in arma di ricatto dei tifosi verso le società. Ma l’unico stadio in cui finora si è risalito ai singoli responsabili di comportamenti tanto vigliacchi è l’Olimpico di Roma, grazie alle telecamere di sicurezza con microfoni direzionali. Nel resto d’Italia tutto tace. Tranne, purtroppo, i razzisti sugli spalti.
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